Sono tanti gli extracomunitari che lavorano in Italia. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento vertiginoso degli arrivi e anche la nostra provincia è stata fortemente toccata dal fenomeno. Basti dire che da un’inchiesta pubblicata dal «Sole 24 ore», Mantova risulta al secondo posto per numero di clandestini e al terzo per densità di stranieri (compresi i regolari). I primi sono 29,8 per ogni mille abitanti, i secondi 12,2. Un vero e proprio record se si considera che la media nazionale è di undici irregolari ogni mille abitanti.
Il comparto agricolo, a seguito dei profondi cambiamenti che lo hanno interessato negli ultimi anni, ha sempre più bisogno di lavoratori che, nei momenti della raccolta, possano dare una mano ed aiutare a rispettare tempi che, per natura, sono sempre ristretti. Di qui, vista la difficoltà di reperire manodopera nazionale, l’interesse per gli extracomunitari. Questo il motivo per cui molti immigrati lavorano all’interno delle aziende agricole mantovane, a stretto contato con i nostri connazionali: i primi anzi rappresenterebbero per molti imprenditori l’unica possibilità di soddisfare una domanda di lavoro che ai secondi non interessa più e che in molti casi continuerebbe a risultare superiore rispetto all’offerta. Il fenomeno pone indubbiamente problemi di natura sociale, legati all’integrazione e alla coesistenze di usi e costumi diversi. La maggior parte dei cittadini extracomunitari residenti nel mantovano proviene da paesi di cultura islamica di religione musulmana. E’ con questi che si gioca il processo di amalgama tra culture diverse, dettato sia da necessità pratiche come il parlarsi, che più profonde. I recenti fatti di cronaca che vedono coinvolti terroristi integralisti, non hanno fatto che ostacolare questo processo di avvicinamento, contribuendo non poco all’ondata di odio indiscriminato che si è generato nei confronti di coloro che professano una fede e un modo di vivere diverso dal nostro.
Per esplorare più da vicino le dinamiche legate al fenomeno, ho vissuto per alcune settimane con un gruppo di lavoratori marocchini, impegnati nella massacrante lavorazione dei meloni della Postumia. Nella zona tra Gazoldo e Rodigo si concentra buona parte della produzione lombarda di cucurbitacee, la zona tra Gazoldo e Rodigo è un microcosmo dove coesistono diverse sensibilità, diversi approcci al problema convivenza. Gazoldo e Rodigo, qui dietro l’angolo, non c’è bisogno di scomodare new York o Londra. Stiamo parlando dei nostri vicini di stanza. Alcuni, trasferitisi stabilmente in Italia da diversi anni, vivono ormai “all’italiana”: altri preferiscono invece rimanere fedeli ai principi della propria cultura pur vivendo a diverse migliaia di chilometri dalla propria terra d’origine. Vi è infine la via di mezzo, quella del quieto vivere: rispettosi in pubblico di alcuni dettami occidentali, rivendicano usi, costumi e cucina della terra d’origine una volta tornati nell’intimo della propria casa. La semplificazione attuata dagli organi d’informazione ci ha mostrato in questi anni una realtà dei fatti che non corrisponde al vero: parlare di “marocchini” è riduttivo, se pensiamo al crogiolo di razze, etnie, lingue, dialetti e usanze che gravitano sull’area del Maghreb. Quanti vicini di stanza ci sono tra Goito e Gazoldo? Vicinidistanza tenta di dare una risposta alla domanda di cui sopra.
“Vicinidistanza“ è un progetto fotografico che esplora i punti di contatto tra i “vicini di stanza” che lavorano la nostra campagna. Queste donne e questi uomini, marocchini, indiani, tunisini, serbi, che vivono nel vero senso della parola in stanze attigue, attuano modi di vivere profondamente distanti tra loro, modi di vivere che vanno ad incontrarsi quando si siede tutti assieme nella stanza comune a mangiare il pane o a bere il thè, creando un contatto tra le differenti culture. Ma queste donne e questi uomini sono anche i nostri “vicini di stanza”. Lavorano i nostri campi fornendoci ciò che abbiamo di più importante: il frutto della terra. Compiono un lavoro che per centinaia di anni è stato portato avanti dagli agricoltori mantovani, che ora faticano a trovare manodopera. Loro sono diventati i nostri veri vicini, ma nonostante questo, spinti dall’odio, noi continuiamo a tenerli a distanza. Confido che questo lavoro posso servire da veicolo per chi, come me, voglia avvicinarsi a questo mondo, un mondo davvero incredibile, con le sue luci e le inevitabili ombre, ma un mondo in cui spicca la grande generosità di persone che non hanno nulla, e nonostante questo ti offrono quel poco che possiedono, un mondo di fatica, che non lascia spazio a nient’altro che al duro lavoro, quello che ti sporca le mani e ti fa venire i calli. Un lavoro che è la fonte della tua vita, che ti fa stare ricurvo su te stesso fin quasi ad assomigliare ad un “archetto”, ma che ti permette di far vivere al meglio la tua famiglia, lontana o vicina che sia, ed allora ti ritrovi ad accarezzare una piantina quasi come se fosse uno di loro, quasi come se fosse la persona che da sei mesi ti aspetta a casa, nella tua vera casa, così lontana da te, ma così vicina al tuo cuore.

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